Analogie segrete naturali

Analogie segrete naturali

Da bambino riuscivo istintivamente a capire quando arrivava la primavera, da un giorno all’altro non sopportavo più lo stare seduto dietro ad un banco di scuola, uno stimolo irrefrenabile si impossessava di me, il risveglio della natura, accompagnato dall’aria densa di pollini e dal canto degli uccelli in amore, erano per me richiamo irresistibile.
Questo calendario biologico coincideva con due segnali che puntualmente arrivavano dal mio mondo magico-agreste ogni anno: la fioritura delle bocche di leone e il canto del galletto di marzo.

Nei mesi di marzo e aprile, se il tempo era clemente, si vangavano i campi per le semine primaverili e per preparare il futuro orto estivo, dove si sarebbero trapiantate le piccole piantine di pomodori, peperoni, melanzane e zucchine.
Dal terreno lavorato uscivano un sacco di vermi e lombrichi per la gioia di merli e pettirossi, era allora che lo sgargiante galletto di marzo faceva la sua prima comparsa dell’anno, sostava prudentemente oltre i filari delle vigne ancora spoglie nell’attesa che noi ci allontanassimo, per attingere al suo lauto pasto di bruchi, larve e insetti.
Solo anni dopo scoprii che il galletto di marzo aveva un nome bizzarro come il suo vestito: Upupa comune (Upupa epops). Un uccello molto appariscente dall’accesa colorazione rosso-arancio, con ali e coda a bande bianche e nere, il lungo becco leggermente ricurvo e la cresta erettile sulla testa. Una specie inconfondibile, non solo per la livrea del piumaggio, ma anche per il volo leggiadro e sinuoso che ricorda quello delle farfalle: una vera rarità!
Il curioso nome dell’upupa deriva dal suo canto nel periodo riproduttivo, è allora che i maschi emettono un suono molto soffice composto di tre sillabe “hup-hup-hup” ascolta, aprendo a ventaglio la cresta e compiendo un movimento della testa verso il basso con il becco semichiuso per attirare l’attenzione dell’esemplare femmina.
Qui in Italia l’Upupa è un nidificante estivo, presente da aprile a settembre e che oggi purtroppo risente delle profonde trasformazioni avvenute in agricoltura. In particolare la drastica riduzione degli ambienti tipici di nidificazione della specie, composti dal mosaico di filari d’alberi, campi terrazzati, prati e vigneti, tanto da rendere attualmente abbastanza raro l’avvistamento di questa specie.

La fioritura delle bocche di leone era l’altro evento che si manifestava ai nostri occhi di bambini sotto forma di arcaici messaggi. Sbucavano dall’erba dopo una notte di pioggia, in gruppi o isolate, nei poggi all’altezza dei nostri nasi o sotto gli olivi, nelle zone non coltivate, dove la cotica erbosa non veniva asportata ma lasciata per essere poi falciata e data in pasto a capre, conigli e galline.
Fiori dal profumo sottile e intenso, simile a quello dei Muscari, speziato e inconfondibile, la magia di queste insolite fioriture era data dai lunghi labelli carnosi che ricordavano i grandi fiori esotici che alle volte avevo visto dai fioristi, appariscenti e alieni. Succedeva che le nonne li raccogliessero per farne dei mazzetti da mettere in casa, immersi in un bicchiere d’acqua duravano a lungo ma perdevano il misterioso fascino del fiore selvatico.
Anche di loro ho scoperto il nome solo più tardi: Serapide tirrenica o meglio Serapias neglecta.
La Serapide è un’orchidea selvatica abbastanza rara, è infatti un subendemismo altotirrenico, frequente in Liguria e Toscana e con rare stazioni isolate anche in Bassa Provenza, in Corsica, Piemonte ed Emilia-Romagna; che fosse un fiore “esotico” e in qualche modo speciale io l’avevo capito già allora.
Per essere precisi la Serapide è una robusta pianta erbacea, perenne, rizotuberosa, alta 15-30 cm, che cresce nei prati, negli oliveti e nei boschi chiari fino a 800 metri di altitudine, dove fiorisce tra marzo e maggio.
Il dio greco Serapis, da cui trae il nome la nostra orchidea, è un dio multiforme, forse di origini egiziane, che è accomunato tra gli altri al dio greco Asclepio o Esculapio, padre della medicina e per questo rappresentato con un serpente che lo avvolge nelle sue spire.
L’epiteto negletta si riferisce forse alla poca considerazione rivolta ad una essenza rara oppure al suo tardivo riconoscimento come specie.
Per chi è appassionato di sistematica si conoscono ibridi con le altre Serapias ma anche con il genere Anacamptis, tra cui A. papilionacea (L.), detta Orchide farfalla per la forma aperta del labello che la fa assomigliare appunto ad una farfalla. Una geo bulbosa abbastanza diffusa ad areale mediterraneo che fiorisce sempre nel periodo primaverile e che spesso condivide lo stesso habitat della Serapias neglecta.

Quest’anno ho finalmente rivisto una coppia di Upupa, giunte puntualmente ai primi giorni d’aprile volavano con il loro inconfondibile stile a farfalla cercando un luogo adatto dove fare il loro nido, mi sono fermato a distanza, trascinato dalla viva emozione dei miei ricordi e con la meraviglia di un bambino.
Chinato sotto gli olivi potati oggi osservavo rapito la bellezza delle orchidee selvatiche, e mentre ero intento a fotografarle non ho potuto fare a meno di pensare alle analogie segrete che legano assieme le più remote parti della Natura.

La saggezza inizia nella meraviglia (Socrate)

 

Ricordiamo che in tutte le Regioni italiane le orchidee spontanee appartengono alla categoria delle specie protette, vale a dire quelle piante di cui è vietato non solo raccogliere i fiori, ma anche le capsule contenenti i semi al termine della fioritura e i bulbi sotterranei.